martedì 13 gennaio 2009

non si può rimanere a guardare...


L'impostazione che volevo dare a questo blog era diversa... ma non succedeva tutto questo, per cui ancora una volta mi trovo ad esprimere indignazione per ciò che sta succedendo a Gaza.

Credo che ancora una volta non si possa rimanere in silenzio davanti a tutto questo, sopratutto perché la disinformazione che stanno facendo i telegiornali è sconfortante, per cui prendo qua e là spunti di riflessione, perché mi piacerebbe che non ci fossero estremismi (per o contro la Palestina o per o contro Israele), ma un comune sentire verso chiunque sia vittima di un massacro, una posizione comune verso qualsiasi forma di guerra, che si tratti di guerra preventiva, di esportazione di democrazia o di genocidio... perché forse è questo il termine che dovremmo usare oggi come oggi.

Stiamo parlando di 2 morti ed alcuni feriti israeliani e di 800 palestinesi, in gran parte bambini.
Palestinesi rinchiusi in una striscia di terra (Gaza), senza luce, medicinali, viveri né possibilità di fuga...

Credo che sia questo il punto cruciale della mia indignazione, ci sono quasi 2 milioni di persone rinchiuse in una striscia di terra (mi dicono sia l'angolo del pianeta in cui la densità di popolazione è più alta) che non hanno possibilità di scelta.
A prescindere da chi siano, dal loro colore politico, della pelle, dai loro credo, da chi ha rotto prima l'accordo (perché ovviamente ognuno dice essere stato l'altro e la disinformazione non ci aiuta a sapere cosa sia successo realmente) il problema è che nel nome della guerra al terrorismo ancora una volta si stiano bombardando dei civili che non hanno possibilità né fuga né di prendere le distanze dal terrorismo stesso.
E che questo avvenga sotto gli occhi di tutti.
E che nessuno si alzi per dire che questo è un genocidio.

Nello specifico credo che ai palestinesi non sia data possibilità di scelta, come possono non reagire quando quotidianamente vengono bombardati da uno degli eserciti più potenti?? Quando quotidianamente sono sorvegliati da un esercito armato.. quando si trovano ad essere "prigionieri" sul loro territorio.
E, guardando dall'altra parte, mai mi sarei aspettata questo tipo di reazione da un popolo che ha subito un'ingiustizia altrettanto grave e per il quale, proprio per questo, provo un'empatia smisurata.

Il punto è quindi questo, non chi ha ragione e chi ha torto in questo contesto, ma piuttosto se è questa la strada che può portare Israele a vivere in pace e in sicurezza e la Palestina in uno stato senza occupazione militare, libero e sovrano.
Io non credo.

Per questo penso che sia importante partecipare alla manifestazione di Assisi sabato.
Per questo pubblico qui sotto un punto di vista che è sicuramente di parte, ma aiuta a capire cosa sta succedendo, con uno sguardo critico verso tutti e verso sé stessi.

Io non credo di avere la verità, non è il mio modo di essere, per cui sentitevi tutti/e liberi/e di aggiungere qualcosa alla riflessione, basta che lo facciate nel rispetto di tutti/e, mi piacerebbe se tutto questo non fosse solo una mia esternazione.
Chiunque voglia utilizzare questo testo come spunto per il proprio blog o altro, sappia che si tratta di una mia personalissima riflessione, per cui utilizzatelo come meglio credete.

evelyne



Ramallah, 27 dicembre 2008.

E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua.
Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete.
E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano?
Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l'elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto?

E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa.
La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele?
Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa.
Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas.
Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.

E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hann qualcuno con cui parlare.
E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i civili.
Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine
dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi.
Possiamo avere se non altro un segno di reazione?

Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro?

Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse? delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi?
No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.

So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori.
La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

Mustafa Barghouthi con Francesca Borriòz

Nessun commento:

Posta un commento